è in Svezia che ho paura (Lou Reed)

«Homer, all’epoca eri troppo giovane perché tu possa rammentarlo, ma un’estate i nostri genitori ci portarono in vacanza in una specie di comunità religiosa in riva a un lago, da qualche parte nel Nord dello stato. Abitavamo in una villa vittoriana, circondata da una veranda al pianterreno e al primo piano. E tutte le case della comunità erano così: ville vittoriane con veranda coperta, cupola e sedia a dondolo sulla veranda. E ognuna era dipinta di un colore diverso.
Tutti erano felici. Tutti erano cordiali. Non potevi muovere un passo senza venire salutato da grandi sorrisi. E lascia che te lo dica, in tutta la mia giovane vita non ero mai stato così terrorizzato.
vedere i miei genitori abbracciare quell’odiosa esistenza priva di problemi, quella vita di continua e inesorabile felicità, per inculcarmi i principi di una vita virtuosa? Homer, in quell’orribile estate compresi che nostra madre e nostro padre avrebbero inevitabilmente deluso tutte le mie aspettative. E pronunciai un voto: avrei fatto qualunque cosa pur di non andare in Paradiso.
Te lo racconto perché essere un uomo in questo mondo significa affrontare la dura realtà di una vita terribile, sapere che esistono solo la vita e la morte, oltre a una tale varietà di tormenti umani da sconcertare anche un personaggio come Dio.