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Non ho mai trovato qualcuno che sapesse compiangersi con tanto disprezzo

Agire o non agire? Tale la mia angosciata domanda! Debbo sopportare le offese di una sorte nemica oppure…” Perché la mia angosciata domanda? Io gli farei dire questa è la questione, questo è il problema, capisce, non il suo problema individuale ma la questione fondamentale dell’esistenza. L’alternativa fra l’essere e il non essere, per dire.

Come può essere cosi generosa la vita, che provvede un compenso tanto sublime alla mediocrità

La trovo là?” “E dove se no? Appartengo a una generazione perduta, e mi ritrovo soltanto quando assisto in compagnia alla solitudine dei miei simili

Ancora all’inizio degli anni sessanta la barba era fascista — ma occorreva disegnarne il profilo, rasandola sulle guance, alla Italo Balbo — nel sessantotto era stata contestataria, e ora stava diventando neutra e universale, scelta di libertà. La barba è sempre stata maschera (ci si mette una barba finta per non essere riconosciuti), ma in quello scorcio d’inizio anni settanta ci si poteva camuffare con una barba vera. Si poteva mentire dicendo la verità, anzi, rendendo la verità enigmatica e sfuggente, perché di fronte a una barba non si poteva più inferire l’ideologia del barbuto. Ma quella sera, la barba risplendeva anche sui volti glabri di chi, non portandola, lasciava capire che avrebbe potuto coltivarla e vi aveva rinunciato solo per sfida. Divago

viveva in mezzo al mondo, se vogliamo chiamare mondo il verminaio che doveva essere a quei tempi la Terrasanta. Insomma, dice la regola che la compagnia di una donna è pericolosissima e che non si possono baciare che la mamma, la sorella e la zia.”

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