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Odore di chiuso, di mozziconi rancidi, i portacenere erano colmi dappertutto, il lavello in cucina pieno di piatti sporchi, la pattumiera ingombra di scatolette sventrate. Su di un ripiano in studio, tre bottiglie di whisky vuote, la quarta conteneva ancora due dita di alcool. Era l’appartamento di qualcuno che vi aveva speso gli ultimi giorni senza uscire, mangiando come veniva, lavorando in modo furioso, da intossicato.

Erano due stanze in tutto, affollate di libri accatastati in ogni angolo, coi piani degli scaffali che si incurvavano sotto il peso.
Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo  (Stanislaw J. Lec, Aforyzmy. Fraszki, Kraków, Wydawnictwo Literackie, 1977, “Myśli Nieuczesane”)

Carpocrate che, per liberarsi della tirannia degli angeli, signori del cosmo, occorre perpetrare ogni ignominia, liberandosi dei debiti contratti con l’universo e col proprio corpo, e solo commettendo tutte le azioni l’anima può affrancarsi dalle proprie passioni, ritrovando la purezza originaria.

Il bar Pilade era a quei tempi il porto franco, la taverna galattica dove gli alieni di Ophiulco, che assediavano la Terra, si incontravano senza frizioni con gli uomini dell’Impero, che pattugliavano le fasce di van Alle. Ma da Pilade anche il giornalista si sentiva un proletario sfruttato, un produttore di plusvalore incatenato a montare ideologia, e gli studenti lo assolvevano

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