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Se tornavamo indietro alle prime pagine, vedevamo che la Scania era grande come il Norrland settentrionale, ma tutta colorata di verde per via dei suoi stramaledetti terreni fertili

Col tempo capimmo che la nostra regione in realtà non faceva parte della Svezia. In un certo senso, vi eravamo stati inclusi per caso. Un’appendice settentrionale, un terreno paludoso e deserto dove viveva della gente che riusciva solo in parte a essere svedese. Eravamo diversi, un tantino inferiori, un tantino incolti, un tantino poveri di spirito
vevamo solo un’infinita quantità di zanzare, di imprecazioni finlandesi e di comunisti
Fu un’infanzia di carenze. Non in senso materiale, da quel punto di vista non avevamo di che lamentarci, ma nel senso d’identità. Non eravamo nessuno. I nostri genitori non erano nessuno. I nostri antenati avevano avuto un ruolo meno che nullo nella storia svedese. I nostri cognomi erano impossibili da scrivere, figuriamoci da pronunciare, per i rari supplenti che si avventuravano fin lassù dalla vera Svezia. Nessuno di noi avrebbe mai osato scrivere a “Fino a tredici3” perché Ulf Elfving ci avrebbe scambiati per finlandes
C’era una sola via d’uscita. Un’unica possibilità di diventare qualcosa, fosse pure la più insignificante. Fuggire. Imparammo a non vedere l’ora di andarcene, convinti che fosse la nostra unica possibilità, e ubbidimmo. A Västerås finalmente saremmo stati degli esseri umani. A Lund. A Södertälje. Ad Arvika. A Borås. Fu una gigantesca evacuazione. Un’ondata di emigranti che svuotò i nostri paesi, e stranamente, di loro propria volontà. Una guerra invisibile (music rock from Vittula)

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