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Ricordo bene la sua casa e come aveva organizzato la sua vita di scrittrice. Viveva da sola in un brownstone di Midtown dell’East Side di New York. Palazzone alto e solido con tutti i segni esterni dell’opulenza borghese di chi lo aveva costruito. Dentro era invece un covo bohemienne, denso di foto e ricordi, cappellini, vecchie stampe, quadri, interi sacchi di sigarette (letteralmente grandi sacchi neri della spazzatura comprati pieni di sigarette per evitare il disturbo di troppe compere), una cucina con dentro quasi nulla da mangiare.

La prima porta a sinistra rispetto all’entrata era invece perfettamente abitata, con un ordine militare, con carte impilate su diverse superfici, e alle pareti un lunghissimo grafico temporale delle vicende di una famiglia, arricchito qui e là di foto in bianco e nero.

Era l’ufficio di Oriana. La sua ultima trincea. Nessuno vi poteva entrare. Fortunati anche solo ad affacciarvisi. Lì avrebbe dovuto finire la sua vita di scrittrice, recuperando la storia della sua vita e della sua famiglia.

Non lasciava mai quella stanza. La lasciò, e in qualche modo definitivamente, quella mattina dell’11 settembre.

Lasciò perdere il romanzo della sua vita per tornare alla cronaca, alla battaglia politica.

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